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venerdì 13 gennaio 2017

Tina Modotti e la fotografia

“Mi considero una fotografa e nient’altro, e se le mie fotografie sono diverse da quelle che si fanno in genere è perché cerco di produrre non arte ma fotografie autentiche, senza trucchi e manipolazioni, mentre la maggior parte dei fotografi aspira a effetti artistici o imita altri generi di rappresentazione, ottenendo un prodotto ibrido. (…) Non si tratta di stabilire se la fotografia sia arte o no; si tratta piuttosto di distinguere tra buona fotografia e cattiva fotografia. Buona è da considerarsi quella che accetta tutti i limiti inerenti alla tecnica fotografica e utilizza tutte le possibilità e le caratteristiche che questo mezzo offre. (…) Già per il fatto di potersi produrre solo nell’attualità e sulla base di ciò che esiste obiettivamente, la fotografia è il mezzo migliore per registrare la vita oggettiva in tutte le sue forme fenomeniche; da qui il suo valore di documento e se a ciò si aggiunge sensibilità e conoscenza della cosa, e soprattutto una posizione chiara rispetto al suo ruolo storico, il risultato è degno, mi pare, di occupare un posto nella produzione sociale alla quale tutti dobbiamo contribuire.” 
(Tina Modotti, tratto da “Mexican Folkways”)

venerdì 2 dicembre 2016

"Tinissima", il romanzo della vita di Tina Modotti.

In uscita per Nova Delphi forse il più bel libro dedicato alla vita di Tina Modotti. L'anteprima allo stand A13 di "Più Libri Più Liberi 2016", dal 7 all'11 dicembre. Vi proponiamo un brano tratto dal libro, una lettera di Tina a Edward Weston del 28 febbraio 1930.

Caro Edward, 
il posto in cui mi trovo è una strana combinazione tra un carcere e un ospedale – una grande sala con molti letti vuoti e sfatti, che mi danno la strana sensazione che prima ci fossero dei cadaveri – finestre con le sbarre e una porta sempre chiusa. La cosa peggiore di questa inattività forzata è non sapere cosa fare con il tempo; leggo-scrivo-fumo, vedo attraverso la finestra un prato americano pulitissimo e perfetto, con un’asta al centro, e sulla sommità sventola una bandiera a stelle e strisce – visione che, se non fossi una ribelle incurabile, dovrebbe ricordarmi costantemente l’impero “della legge e dell’ordine” e altri confortanti pensieri di questo tipo.
I giornali mi hanno seguita e a volte – con un accanimento da lupi – mi hanno preceduta. Qui negli Stati Uniti tutto è visto con il criterio della “bellezza” – un grande quotidiano ha parlato del mio viaggio e mi ha definita “una donna dalla notevole bellezza” –; altri giornalisti ai quali mi sono rifiutata di rispondere hanno provato a convincermi dicendo che avrebbero raccontato solo “quanto ero bella”, al che ho risposto che non capivo cosa c’entrasse il fatto di essere bella con il movimento rivoluzionario o con l’espulsione dei comunisti. Evidentemente valutano le donne con lo stesso metro delle star del cinema.


venerdì 16 settembre 2016

Lettera di Jack London al suo primo editore Houghton Mifflin

Oakland, California, 31 gennaio 1900

Gentili Signori,
rispondo alla vostra lettera del 25 gennaio scorso in cui mi richiedevate ulteriori informazioni biografiche. Mi rifaccio al precedente resoconto che vi rimando in una versione più articolata.
Mio padre, nativo della Pennsylvania, era un soldato, un esploratore, un taglialegna, un cacciatore, un vagabondo. Mia madre è nata in Ohio. Entrambi sono giunti in maniera indipendente nell’Ovest e si sono sposati a San Francisco, dove io sono nato il 12 gennaio 1876. Ho trascorso la primissima infanzia in una piccola cittadina. Dai quattro ai nove anni ho vissuto in vari ranch della California. Ho imparato a leggere e scrivere intorno ai cinque anni, anche se non ricordo nulla di quel periodo. Mi sembra di aver sempre letto e scritto, e non ho ricordi di una condizione precedente. Mi hanno detto che avevo semplicemente insistito per imparare. Ero un lettore onnivoro, probabilmente perché i libri in casa erano scarsi e dovevo essere grato per ciò che mi cadeva nelle mani. Mi ricordo che, verso i sei anni, lessi alcuni romanzi per ragazzi di Trowbridge.[1] A sette anni, i libri di viaggio di Paul du Chaillu,[2] quelli di James Cook e The Story of President Garfield’s Life.[3] Durante tutto questo periodo, divorai i romanzi della Seaside Library e ciò che potevo raccattare dalle contadine, o i romanzi da due soldi che leggevano i braccianti. A otto anni, mi sprofondai nella lettura di Ouida[4] e di Washington Irving. In questo periodo lessi moltissimo sulla storia americana. D’altronde, la vita in un ranch californiano non è il cibo migliore per l’immaginazione.
Intorno ai nove anni ci trasferimmo a Oakland che, oggi, credo, è una città di circa ottantamila abitanti e dista trenta minuti dal centro di San Francisco. Qui, molto prima della mia nascita, c’era una biblioteca pubblica gratuita. Da quel momento, Oakland è stata la mia casa. Qui è morto mio padre e qui vivo con mia madre. Non mi sono sposato – il mondo è troppo grande e il suo richiamo troppo insistente.
Comunque, a partire dal nono anno d’età, con l’eccezione delle ore passate a scuola (e io me le guadagnavo col duro lavoro), la mia vita è stata molto faticosa. È inutile fare la lunga squallida lista delle occupazioni, tutte di duro lavoro manuale. Naturalmente, continuavo a leggere. Non stavo mai senza un libro. La mia istruzione è stata popolare, mi sono diplomato a quattordici anni. Ho preso gusto per il mare. A quindici anni sono andato via da casa per vivere nella Baia di San Francisco, che non è proprio un laghetto. Ho fatto il pescatore di salmoni, il razziatore di ostriche, il marinaio su un veliero, il poliziotto di mare, lo scaricatore di porto, una sorta di avventuriero prezzolato – insomma: un ragazzo per l’età ma un uomo tra gli uomini. Ma sempre con un libro, e sempre a leggere quando gli altri dormivano; quando erano svegli, io ero uno di loro, poiché ero sempre un buon commilitone.
La settimana prima del mio diciassettesimo compleanno, mi sono imbarcato come marinaio semplice su una goletta a tre alberi. Andammo in Giappone per cacciare lungo la costa settentrionale del mare di Bering. Quello fu il mio viaggio più lungo, non ne avrei mai fatto un altro così; e questo non perché fosse prolungato e tedioso ma perché la vita stessa era troppo corta. Ho fatto molti viaggi, ma troppo brevi per essere raccontati, e oggi mi sento a casa in qualsiasi castello di prora o a fare il fuochista – buon cameratismo, capite. Credo che questo abbia a che fare con i miei viaggi, poiché vi ho parlato a lungo nelle mie precedenti lettere dei miei vagabondaggi e del periodo nel Klondike. Sono stato in Canada, nei territori del nordest, in Alaska e in diverse occasioni, ho viaggiato, per esplorazioni o scavi, in Sierra Nevada.
Vi dirò qualcosa sulla mia formazione culturale. Essenzialmente, sono un autodidatta; non ho avuto alcun mentore se non me stesso. Mi sono semplicemente iscritto alla scuola superiore e poi all’università, ma mi è stato impossibile fare quel tipo di vita. Ho frequentato il primo anno di scuola superiore a Oakland, dopo di che sono rimasto a casa, senza aiuti, ho fatto in tre mesi il programma di studi di due anni per sostenere l’esame di maturità e mi sono iscritto all’Università della California, a Berkeley. Fui costretto, mio malgrado, a smettere proprio prima di completare il primo anno.
Mio padre è morto mentre ero in Klondike, e perciò sono tornato a casa per prendere le redini della famiglia.
Per quel che riguarda il mio lavoro letterario, il mio primo racconto è stato pubblicato da un quotidiano nel gennaio del 1899: adesso è raccolto in Il figlio del lupo. Da allora, ho lavorato per “The Overland Monthly”, per “The Atlantic”, “The Wave”, “The Arena”, “The Youth’s Companion”, “The Review of Reviews” ecc., oltre a tanti altri periodici meno noti, per non parlare dei quotidiani e del lavoro per il sindacato. Tutto, o quasi, lavoro da imbrattacarte: pezzi comici, triolet, o disquisizioni pseudoscientifiche su cose di cui non so nulla. Tutto un lavoro da imbrattacarte per guadagnare qualche dollaro, mettendo da parte i miei sforzi più ambiziosi e tutto questo nient’altro che per un futuro di ristrettezze finanziarie. Così, ora, la mia vita letteraria conta appena tredici mesi.
Naturalmente, le precoci letture hanno generato in me il desiderio di scrivere, ma il mio tipo di vita mi ha impedito di farlo. Non ho avuto aiuti né consigli letterari di nessun genere – che è un po’ come annaspare nel buio fino a trovare qua e là qualche spiraglio di luce. Il basilare metodo di scrittura giornalistica è stato per me una rivelazione. Neanche un’anima che mi dicesse: tu sei qui e questo è il tuo errore!
Ovviamente, durante questo mio rivoluzionario periodo, mi feci delle opinioni sul pubblico attraverso le informazioni dei giornali locali. Ma ciò avveniva anni fa, quando frequentavo le scuole superiori ed ero più famigerato che stimato. Una volta, al mio ritorno da un viaggio per mare, mi capitò di vincere un premio di venticinque dollari messo in palio da un giornale di San Francisco per un racconto sulle università di Stanford e della California. Ciò accese in me la speranza di ottenere qualcosa.
Dopo i miei vagabondaggi, nel 1895 iniziai la scuola superiore e nel 1896 l’Università della California. Se avessi continuato, ora starei prendendo la pergamena.
Sui miei studi: devo dire che io studio sempre. Lo scopo dell’università è semplicemente quello di preparare una persona a una futura vita da studioso. Questo vantaggio mi è stato negato ma io, in qualche modo, cerco di stare al passo. Non trascorro mai una notte (che sia uscito o meno) senza libri e prima di addormentarmi leggo parecchie ore. Mi interesso a tutto – il mondo è così pieno di cose. Gli studi principali sono quelli scientifici, sociologici ed etici: questi includono la biologia, l’economia, la psicologia, la fisiologia, la storia ecc., e non finiscono mai. E mi sforzo, anche, di non trascurare la letteratura.
Sono sano, faccio l’amore e mi contento di poco. Ma un giorno questo lo pagherò.
Per ora, non mi viene in mente altro. So perfettamente che le informazioni che vi ho dato sono miserabili, ma l’autobiografia non è mai una cosa piacevole per lo scrittore insoddisfatto. Se desiderate altre informazioni, vi prego di comunicarmelo e sarò ben lieto di fornirvele. Vi sarei grato se mi deste la possibilità di leggere le note biografiche prima della stampa.
Distinti saluti.
Jack London


[1] Il riferimento è a John Townsend Trowbridge (1827-1916), romanziere e poeta, noto soprattutto per le sue storie per i giovani. Tra i suoi libri il più celebre è The Jolly Rover (1882).
[2] Paul Belloni du Chaillu (1835-1903), esploratore e scrittore, fu forse il primo uomo bianco che vide scimmie antropomorfe in libertà. Jack London si riferisce probabilmente al celebre libro Explorations and Adventures in Equatorial Africa, pubblicato nel 1861.
[3] Si tratta di From Log-Cabin to White House: The Story of President Garfield’s Life (1881) di W.M. Thayer.
[4] Ouida, pseudonimo di Louise de la Ramée (1839-1908), era una scrittrice inglese autrice di popolarissimi romanzi come Under two Flags (1867), A Dog of Flanders (1872) e, naturalmente, Signa (1875), il preferito di London.