Cerca nel blog

Caricamento in corso...

venerdì 3 giugno 2016

IN ANTEPRIMA UN BRANO INEDITO DI LONDON TRATTO DA "LA FORZA DELLA LETTERATURA", DISPONIBILE TRA POCHI GIORNI IN LIBRERIA.

Gentili Signori,
rispondo alla vostra lettera del 25 gennaio scorso in cui mi richiedevate ulteriori informazioni biografiche. Mi rifaccio al precedente resoconto che vi rimando in una versione più articolata. Mio padre, nativo della Pennsylvania, era un soldato, un esploratore, un taglialegna, un cacciatore, un vagabondo. Mia madre è nata in Ohio. Entrambi sono giunti in maniera indipendente nell’Ovest e si sono sposati a San Francisco, dove io sono nato il 12 gennaio 1876. Ho trascorso la primissima infanzia in una piccola cittadina. Dai quattro ai nove anni ho vissuto in vari ranch della California. Ho imparato a leggere e scrivere intorno ai cinque anni, anche se non ricordo nulla di quel periodo. Mi sembra di aver sempre letto e scritto, e non ho ricordi di una condizione precedente. Mi hanno detto che avevo semplicemente insistito per imparare. Ero un lettore onnivoro, probabilmente perché i libri in casa erano scarsi e dovevo essere grato per ciò che mi cadeva nelle mani. Mi ricordo che, verso i sei anni, lessi alcuni romanzi per ragazzi di Trowbridge. A sette anni, i libri di viaggio di Paul du Chaillu, quelli di James Cook e The Story of President Garfield’s Life. Durante tutto questo periodo, divorai i romanzi della Seaside Library e ciò che potevo raccattare dalle contadine, o i romanzi da due soldi che leggevano i braccianti. A otto anni, mi sprofondai nella lettura di Ouida e di Washington Irving. In questo periodo lessi moltissimo sulla storia americana. D’altronde, la vita in un ranch californiano non è il cibo migliore per l’immaginazione.
Intorno ai nove anni ci trasferimmo a Oakland che, oggi, credo, è una città di circa ottantamila abitanti e dista trenta minuti dal centro di San Francisco. Qui, molto prima della mia nascita, c’era una biblioteca pubblica gratuita. Da quel momento, Oakland è stata la mia casa. Qui è morto mio padre e qui vivo con mia madre. Non mi sono sposato – il mondo è troppo grande e il suo richiamo troppo insistente.
Comunque, a partire dal nono anno d’età, con l’eccezione delle ore passate a scuola (e io me le guadagnavo col duro lavoro), la mia vita è stata molto faticosa. È inutile fare la lunga squallida lista delle occupazioni, tutte di duro lavoro manuale. Naturalmente, continuavo a leggere. Non stavo mai senza un libro. La mia istruzione è stata popolare, mi sono diplomato a quattordici anni. Ho preso gusto per il mare. A quindici anni sono andato via da casa per vivere nella Baia di San Francisco, che non è proprio un laghetto. Ho fatto il pescatore di salmoni, il razziatore di ostriche, il marinaio su un veliero, il poliziotto di mare, lo scaricatore di porto, una sorta di avventuriero prezzolato – insomma: un ragazzo per l’età ma un uomo tra gli uomini. Ma sempre con un libro, e sempre a leggere quando gli altri dormivano; quando erano svegli, io ero uno di loro, poiché ero sempre un buon commilitone.
La settimana prima del mio diciassettesimo compleanno, mi sono imbarcato come marinaio semplice su una goletta a tre alberi. (...)

                                                        (Jack London, Lettera a Mifflin, Oakland, 31 gennaio 1900)



lunedì 2 maggio 2016

ARGENTINA 1976-1983. IMMAGINARI E MEMORIE COLLETTIVE.

I rapporti tra Italia e Argentina sono di lunga durata e hanno raggiunto momenti di alta intensità a partire dalla seconda metà del XIX secolo con l’emigrazione di massa, le cui culture regionali hanno influenzato, non senza conflitti, usi, costumi, tradizioni, lingua, nonché l’evoluzione sociale, economica e politica della realtà argentina. Di questi rapporti in Italia hanno dato soprattutto conto la saggistica e gli studi sulle migrazioni che ne hanno analizzato anche le influenze in ambito letterario.
Ma negli ultimi venti anni, la cultura italiana ha manifestato un nuovo interesse per la realtà argentina riportando in primo piano un dialogo ricco di avvenimenti, figure, simboli, finzioni e idee tra i due paesi. Le cause sono molteplici e tutte extraletterarie: la discussione politica sul voto degli italiani all’estero; la crisi economica argentina esplosa alla fine del 2001, che ha determinato un’emigrazione di ritorno dei discendenti di italiani; la scomparsa, durante l’ultima dittatura argentina (1976-1983), di uomini e donne di origine italiana e la celebrazione nella nostra penisola, ancor prima dell’abolizione delle leggi argentine sull’indulto (2003), di processi giudiziari contro i militari. Ultima e più recente causa, che non va ignorata, la salita al soglio pontificio di un Papa argentino e discendente di italiani.
Questo rinnovato dialogo, senza tralasciare il tema migratorio che evidentemente fa da ponte tra i due paesi, ha acquisito un nuovo stimolo per la cultura italiana che si trova ora impegnata a rappresentare il periodo argentino del terrorismo di stato e quello iniziato con il ritorno alla democrazia. A quaranta anni dal colpo di stato, avvenuto il 24 marzo 1976, questo volume intende dare conto del contemporaneo immaginario italiano sull’Argentina relativamente agli anni della dittatura e della post-dittatura, verificandone, le ragioni, gli usi ed eventuali ri-creazioni o riletture di immagini e stereotipi.
Se a farla da padrone è la narrativa italiana più recente, con saggi dedicati al fenomeno letterario in ottica testimoniale (Emilia Perassi); ad autori specifici (Laura Scarabelli su Laura Pariani); a una musica e danza di successo inserita nel plot dei romanzi (Camilla Cattarulla sul tango), pure non mancano contributi che affrontano altre modalità artistiche in relazione alla dittatura, come la fiction televisiva (Ilaria Magnani su Il ricordo e la memoria e Tango per la libertà); la docufiction (Rosa Maria Grillo sul lungometraggio Nora, storia del ritorno in Argentina dalla Calabria, dove si era esiliata, di Nora Strejilevich, ex-prigioniera politica); e l’arte figurativa (Antonella Cancellier su Marcello Gentili, avvocato penalista impegnato nei processi italiani sui desaparecidos). La produzione artistica italiana si inserisce nel dibattito sulla memoria della nazione, la storia recente e la difesa dei diritti umani che ha caratterizzato la realtà argentina post-dittatura, coinvolgendo accademici, scrittori, politici, storici, sopravvissuti ai centri di detenzione, famigliari di desaparecidos, organizzazioni per i diritti umani ed esiliati. E si inserisce anche nella discussione sulla figura del testimone, già collocato dagli studi sulla biopolitica di Giorgio Agamben e Roberto Esposito in una posizione di “soglia”, e che l’immaginario può restituire attraverso quei simulacri del reale che le sono propri. In questo senso, all’interno del volume, il saggio d’apertura di Emilia Perassi fa da filo conduttore metodologico per tutti gli altri – pur con gli approcci diversi che li contraddistinguono –, proponendo l’istituzione di una nuova pratica testimoniale che definisce “testimonianza ricreata”, ovvero un “tassello ulteriore di una memoria collettiva definitivamente transnazionale e deterritorializzata, istallata nella topografia immateriale del ricordo” Nel “ricreare” una testimonianza relativa alla dittatura e alla post-dittatura argentina, la produzione artistica italiana qui presentata mantiene il legame con il paese sudamericano attraverso le vicende raccontate, i loro personaggi o situazioni autobiografiche proprie degli autori. Allo stesso tempo, presenta una mitologia che poco si discosta dall’immaginario consolidato e sulla dittatura e sugli aspetti culturali argentini. Appartengono al primo caso: la pratica del sequestro degli oppositori al regime con tutto ciò che ne consegue (detenzione, tortura, desaparición), i figli “appropriati”, la ricerca di scomparsi e nipoti da parte dei famigliari, l’esilio e il ritorno. Nel secondo caso, rientrano invece il tango, la Patagonia, la pampa, l’asado, il mate, i ghiacciai: una serie di “icone turistico-culturali” allo scopo, forse, di contribuire alla conoscenza dell’Argentina in Italia. Non va dimenticato, poi, che dietro questa produzione artistica che, come si potrà notare leggendo il volume, negli ultimi anni sta diventando un “piccolo fenomeno culturale”, ci sono letture sull’Argentina e sul periodo del terrorismo di stato che appartengono più all’ambito saggistico, prodotte da storici, sociologi o giornalisti. Fra le tante, pubblicate nell’arco degli ultimi quindici anni, voglio ricordare un testo più volte citato all’interno di questo volume: Affari nostri. Diritti umani e rapporti Italia-Argentina 1976-1983 (2012), curato da Claudio Tognonato, che ci offre un quadro delle relazioni culturali, politiche, economiche e commerciali fra Italia e Argentina, svelandone fatti, silenzi e complicità. E poi ci sono, come già accennato, le vicende autobiografiche degli autori presi in esame, come ad esempio quelle di Massimo Carlotto, che scopre di essere cugino di Laura Carlotto, figlia desaparecida de María Estela de Carlotto, Presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo; o quelle di Marcello Gentili, avvocato penalista che ha dedicato molta della sua attività giuridica a patrocinare i famigliari degli scomparsi nei processi italiani contro i militari. E autobiografico è anche, in chiusura di questo volume, il contributo di Adrián Bravi, scrittore argentino di origini italiane, che vive da oltre vent’anni a Recanati e pubblica prevalentemente in italiano. Nell’affrontare il tema della lingua come difesa, Bravi delinea un breve ritratto di Adelaida Gigli, madre di due figli desaparecidos, poi esiliatasi a Recanati, dove era nata. Il passaggio da una lingua all’altra ha caratterizzato la vita di Bravi e di Gigli e permette di modificare la propria relazione con il paese d’origine perché “può diventare una difesa nei confronti del passato, può dimenticarlo o manipolarlo, ma può anche essere uno stratagemma (più o meno consapevole) per mantenere un legame stretto con la propria infanzia” e, forse, dar vita a nuovi immaginari che coinvolgono il paese d’origine e quello d’adozione. 
                                                                    (introduzione al volume di Camilla Cattarulla)

lunedì 11 aprile 2016

DYONELIO MACHADO : UN AUTORE DA SCOPRIRE


Il 31 marzo del 1979, “O Estado de São Paulo” pubblicava un’intervista all’ottantaquattrenne autore de I topi con un curioso titolo: Machado de Assis, Graciliano Ramos, Guimarães Rosa, Clarice… e questo signore: Dyonelio Machado. Pochi anni prima della sua scomparsa, il nome di Dyonelio Machado veniva, quindi, finalmente accostato dal principale quotidiano brasiliano a quello di quattro scrittori ormai consacrati della letteratura nazionale. Si trattava di un riconoscimento indubbiamente tardivo perché, volendo prendere in considerazione i soli testi letterari, l’esordio di «questo signore», evidentemente ancora poco noto ai più, risaliva al lontano 1927, anno in cui aveva pubblicato Um pobre homem, la sua unica raccolta di racconti, dalla quale proprio Graciliano Ramos selezionerà Ele era como um papagaio per la sua antologia dei migliori racconti brasiliani. In seguito, Dyonelio Machado, prima di chiudersi in un ventennale silenzio editoriale (1946-1966), con I topi, nel 1935, aveva poi vinto il prestigioso premio “Machado de Assis” e il suo secondo romanzo, O Louco do Cati (1942), era stato molto apprezzato da scrittori come Mário de Andrade, Erico Verissimo e João Guimarães Rosa – con quest’ultimo che non aveva esitato a considerarlo uno dei migliori libri mai letti, dichiarando che, se solo «l’opera di Dyonelio fosse stata scritta in francese o in inglese o comunque da un romanziere straniero, certamente avrebbe vinto il premio Nobel». E allora, come mai questo scrittore, più volte premiato e apprezzato dai maggiori intellettuali brasiliani, alla fine degli anni Settanta, era solo un signore chiamato Dyonelio Machado?
Le ragioni sono diverse ma senza dubbio si tratta di un autore che ha pagato a caro prezzo l’incomprensione della critica, i tentennamenti del mondo editoriale e la persecuzione del regime di Getúlio Vargas. Una miscela deleteria a cui si potrebbe aggiungere anche l’impossibilità di vivere solo della propria scrittura – condizione che, per sua stessa ammissione, aveva portato questo pioniere della psicanalisi in Brasile a esercitare con continuità l’attività di psichiatra a scapito di quella di romanziere, anche a causa del «carattere terribilmente accentratore» della professione medica. Solo negli anni Settanta, quindi, comincerà la riscoperta di quello che oggi ci appare come un classico a lungo ingiustamente maltrattato, le cui opere, salvo pochissime eccezioni, non potevano raggiungere i lettori, vuoi perché condannate dall’autore a rimanere inedite, vuoi perché pubblicate senza la necessaria continuità.
Forse, come scrive Camilo Mattar Raabe, anche l’esigente «linguaggio letterario di Dyonelio Machado è stato uno dei principali motivi della negativa accoglienza della sua opera» e, del resto, quello che il lettore italiano ha finalmente tra le mani è senza dubbio il romanzo di uno scrittore che non si è mai dichiarato disponibile ad abdicare dal proprio rigore stilistico:

Io sono un ribelle. Io non appartengo al pubblico. Non sono in grado di scrivere un libro pensando a come sarà accolto, a quali reazioni susciterà. Non sono in grado di vendermi all’editore o al pubblico. Un po’ come il cane magro della favola, che non accetta la vita facile del cane grasso, perché dovrebbe farsi mettere il guinzaglio. Io francamente non sono un venduto. Vivere dei miei diritti d’autore sarebbe impossibile, finirei per fallire anche in quel poco di buono che ho fatto.



                                 (dalla postfazione di Giorgio de Marchis al volume I topi, Nova Delphi 2016)

lunedì 11 gennaio 2016

SCUOLA DI EDITORIA: SI PARTE IL 19 MARZO


Si chiudono il 29 febbraio le iscrizioni alla Scuola di Editoria promossa dalla Nova Delphi Libri. Un percorso completo di 70 ore divise in quattro unità tematiche:

1) Come nasce una casa editrice: dall'idea all'organizzazione
2) La redazione al lavoro
3) Grafica applicata all'editoria
4) Comunicazione e ufficio stampa


Le lezioni prenderanno avvio il 19 marzo e si svolgeranno ogni sabato e domenica dalle 10,00 alle 13,00 fino al 12 giugno 2016. Il costo complessivo della scuola è di euro 500,00. Entro il primo giorno di lezione bisognerà versare almeno il 50% dell'intera somma.

Per iscriversi contattare: corsi.editoria@novadelphi.com

Al termine del ciclo completo verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

per info