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venerdì 5 maggio 2017

"Identità culinarie in Sudamerica", una nuova uscita per la collana Viento del Sur

Certamente la storia dell’alimentazione non è più un ambito di ricerca pionieristico come lo era mezzo secolo fa con gli studi di Claude Lévi-Strauss, Roland Barthes, Mary Douglas e Pierre Bourdieu. Attualmente il tema del cibo coinvolge un ampio spettro di discipline (dalla medicina alla dietetica, all’antropologia, alla storia, alla religione, alla biologia, alla filosofia, alla letteratura, all’economia) e varie tipologie di fonti scritte e orali.
Per Roland Barthes il cibo è “nello stesso tempo un sistema di comunicazione, un corpo di immagini, un protocollo di usi, di situazioni e di comportamenti.” E Massimo Montanari aggiunge: “esattamente come il linguaggio, la cucina contiene ed esprime la cultura di chi la pratica, è depositaria delle tradizioni e dell’identità di un gruppo.” Essa, “non solo è strumento di identità culturale, ma il primo modo, forse, per entrare in contatto con culture diverse. […] Più ancora della parola, il cibo si presta a mediare fra culture diverse, aprendo i sistemi di cucina a ogni sorta di invenzioni, incroci e contaminazioni.” Insomma, cosa, come, con chi e quando si mangia ci dice molto sull’identità di un popolo o di un determinato gruppo sociale. In questo senso, gli studi semiotici e antropologici hanno messo in evidenza come attraverso il sistema di comunicazione del cibo si definiscano (o autodefiniscano) rapporti di potere, distinzioni tra classi sociali, questioni di genere, vincoli tra popoli lontani, identità nazionali, locali e meticce, pratiche religiose o schemi dottrinali e finanche tradizioni letterarie.
Di tutto ciò i contributi presentati in questo volume vogliono dare conto concentrando l’interesse sul Sudamerica ed esponendo un ventaglio di situazioni storico-politiche, antropologiche, linguistiche e letterarie su come il cibo, in quanto forma di linguaggio, sia veicolo (dalla Scoperta ai giorni nostri) di modelli e processi culturali nel tessuto sociale dell’America del Sud, da considerare qui come un macro-studio di caso.
                                                    (dall'introduzione di Camilla Cattarulla al volume)


venerdì 13 gennaio 2017

Tina Modotti e la fotografia

“Mi considero una fotografa e nient’altro, e se le mie fotografie sono diverse da quelle che si fanno in genere è perché cerco di produrre non arte ma fotografie autentiche, senza trucchi e manipolazioni, mentre la maggior parte dei fotografi aspira a effetti artistici o imita altri generi di rappresentazione, ottenendo un prodotto ibrido. (…) Non si tratta di stabilire se la fotografia sia arte o no; si tratta piuttosto di distinguere tra buona fotografia e cattiva fotografia. Buona è da considerarsi quella che accetta tutti i limiti inerenti alla tecnica fotografica e utilizza tutte le possibilità e le caratteristiche che questo mezzo offre. (…) Già per il fatto di potersi produrre solo nell’attualità e sulla base di ciò che esiste obiettivamente, la fotografia è il mezzo migliore per registrare la vita oggettiva in tutte le sue forme fenomeniche; da qui il suo valore di documento e se a ciò si aggiunge sensibilità e conoscenza della cosa, e soprattutto una posizione chiara rispetto al suo ruolo storico, il risultato è degno, mi pare, di occupare un posto nella produzione sociale alla quale tutti dobbiamo contribuire.” 
(Tina Modotti, tratto da “Mexican Folkways”)