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venerdì 2 dicembre 2016

"Tinissima", il romanzo della vita di Tina Modotti.

In uscita per Nova Delphi forse il più bel libro dedicato alla vita di Tina Modotti. L'anteprima allo stand A13 di "Più Libri Più Liberi 2016", dal 7 all'11 dicembre. Vi proponiamo un brano tratto dal libro, una lettera di Tina a Edward Weston del 28 febbraio 1930.

Caro Edward, 
il posto in cui mi trovo è una strana combinazione tra un carcere e un ospedale – una grande sala con molti letti vuoti e sfatti, che mi danno la strana sensazione che prima ci fossero dei cadaveri – finestre con le sbarre e una porta sempre chiusa. La cosa peggiore di questa inattività forzata è non sapere cosa fare con il tempo; leggo-scrivo-fumo, vedo attraverso la finestra un prato americano pulitissimo e perfetto, con un’asta al centro, e sulla sommità sventola una bandiera a stelle e strisce – visione che, se non fossi una ribelle incurabile, dovrebbe ricordarmi costantemente l’impero “della legge e dell’ordine” e altri confortanti pensieri di questo tipo.
I giornali mi hanno seguita e a volte – con un accanimento da lupi – mi hanno preceduta. Qui negli Stati Uniti tutto è visto con il criterio della “bellezza” – un grande quotidiano ha parlato del mio viaggio e mi ha definita “una donna dalla notevole bellezza” –; altri giornalisti ai quali mi sono rifiutata di rispondere hanno provato a convincermi dicendo che avrebbero raccontato solo “quanto ero bella”, al che ho risposto che non capivo cosa c’entrasse il fatto di essere bella con il movimento rivoluzionario o con l’espulsione dei comunisti. Evidentemente valutano le donne con lo stesso metro delle star del cinema.


venerdì 16 settembre 2016

Lettera di Jack London al suo primo editore Houghton Mifflin

Oakland, California, 31 gennaio 1900

Gentili Signori,
rispondo alla vostra lettera del 25 gennaio scorso in cui mi richiedevate ulteriori informazioni biografiche. Mi rifaccio al precedente resoconto che vi rimando in una versione più articolata.
Mio padre, nativo della Pennsylvania, era un soldato, un esploratore, un taglialegna, un cacciatore, un vagabondo. Mia madre è nata in Ohio. Entrambi sono giunti in maniera indipendente nell’Ovest e si sono sposati a San Francisco, dove io sono nato il 12 gennaio 1876. Ho trascorso la primissima infanzia in una piccola cittadina. Dai quattro ai nove anni ho vissuto in vari ranch della California. Ho imparato a leggere e scrivere intorno ai cinque anni, anche se non ricordo nulla di quel periodo. Mi sembra di aver sempre letto e scritto, e non ho ricordi di una condizione precedente. Mi hanno detto che avevo semplicemente insistito per imparare. Ero un lettore onnivoro, probabilmente perché i libri in casa erano scarsi e dovevo essere grato per ciò che mi cadeva nelle mani. Mi ricordo che, verso i sei anni, lessi alcuni romanzi per ragazzi di Trowbridge.[1] A sette anni, i libri di viaggio di Paul du Chaillu,[2] quelli di James Cook e The Story of President Garfield’s Life.[3] Durante tutto questo periodo, divorai i romanzi della Seaside Library e ciò che potevo raccattare dalle contadine, o i romanzi da due soldi che leggevano i braccianti. A otto anni, mi sprofondai nella lettura di Ouida[4] e di Washington Irving. In questo periodo lessi moltissimo sulla storia americana. D’altronde, la vita in un ranch californiano non è il cibo migliore per l’immaginazione.
Intorno ai nove anni ci trasferimmo a Oakland che, oggi, credo, è una città di circa ottantamila abitanti e dista trenta minuti dal centro di San Francisco. Qui, molto prima della mia nascita, c’era una biblioteca pubblica gratuita. Da quel momento, Oakland è stata la mia casa. Qui è morto mio padre e qui vivo con mia madre. Non mi sono sposato – il mondo è troppo grande e il suo richiamo troppo insistente.
Comunque, a partire dal nono anno d’età, con l’eccezione delle ore passate a scuola (e io me le guadagnavo col duro lavoro), la mia vita è stata molto faticosa. È inutile fare la lunga squallida lista delle occupazioni, tutte di duro lavoro manuale. Naturalmente, continuavo a leggere. Non stavo mai senza un libro. La mia istruzione è stata popolare, mi sono diplomato a quattordici anni. Ho preso gusto per il mare. A quindici anni sono andato via da casa per vivere nella Baia di San Francisco, che non è proprio un laghetto. Ho fatto il pescatore di salmoni, il razziatore di ostriche, il marinaio su un veliero, il poliziotto di mare, lo scaricatore di porto, una sorta di avventuriero prezzolato – insomma: un ragazzo per l’età ma un uomo tra gli uomini. Ma sempre con un libro, e sempre a leggere quando gli altri dormivano; quando erano svegli, io ero uno di loro, poiché ero sempre un buon commilitone.
La settimana prima del mio diciassettesimo compleanno, mi sono imbarcato come marinaio semplice su una goletta a tre alberi. Andammo in Giappone per cacciare lungo la costa settentrionale del mare di Bering. Quello fu il mio viaggio più lungo, non ne avrei mai fatto un altro così; e questo non perché fosse prolungato e tedioso ma perché la vita stessa era troppo corta. Ho fatto molti viaggi, ma troppo brevi per essere raccontati, e oggi mi sento a casa in qualsiasi castello di prora o a fare il fuochista – buon cameratismo, capite. Credo che questo abbia a che fare con i miei viaggi, poiché vi ho parlato a lungo nelle mie precedenti lettere dei miei vagabondaggi e del periodo nel Klondike. Sono stato in Canada, nei territori del nordest, in Alaska e in diverse occasioni, ho viaggiato, per esplorazioni o scavi, in Sierra Nevada.
Vi dirò qualcosa sulla mia formazione culturale. Essenzialmente, sono un autodidatta; non ho avuto alcun mentore se non me stesso. Mi sono semplicemente iscritto alla scuola superiore e poi all’università, ma mi è stato impossibile fare quel tipo di vita. Ho frequentato il primo anno di scuola superiore a Oakland, dopo di che sono rimasto a casa, senza aiuti, ho fatto in tre mesi il programma di studi di due anni per sostenere l’esame di maturità e mi sono iscritto all’Università della California, a Berkeley. Fui costretto, mio malgrado, a smettere proprio prima di completare il primo anno.
Mio padre è morto mentre ero in Klondike, e perciò sono tornato a casa per prendere le redini della famiglia.
Per quel che riguarda il mio lavoro letterario, il mio primo racconto è stato pubblicato da un quotidiano nel gennaio del 1899: adesso è raccolto in Il figlio del lupo. Da allora, ho lavorato per “The Overland Monthly”, per “The Atlantic”, “The Wave”, “The Arena”, “The Youth’s Companion”, “The Review of Reviews” ecc., oltre a tanti altri periodici meno noti, per non parlare dei quotidiani e del lavoro per il sindacato. Tutto, o quasi, lavoro da imbrattacarte: pezzi comici, triolet, o disquisizioni pseudoscientifiche su cose di cui non so nulla. Tutto un lavoro da imbrattacarte per guadagnare qualche dollaro, mettendo da parte i miei sforzi più ambiziosi e tutto questo nient’altro che per un futuro di ristrettezze finanziarie. Così, ora, la mia vita letteraria conta appena tredici mesi.
Naturalmente, le precoci letture hanno generato in me il desiderio di scrivere, ma il mio tipo di vita mi ha impedito di farlo. Non ho avuto aiuti né consigli letterari di nessun genere – che è un po’ come annaspare nel buio fino a trovare qua e là qualche spiraglio di luce. Il basilare metodo di scrittura giornalistica è stato per me una rivelazione. Neanche un’anima che mi dicesse: tu sei qui e questo è il tuo errore!
Ovviamente, durante questo mio rivoluzionario periodo, mi feci delle opinioni sul pubblico attraverso le informazioni dei giornali locali. Ma ciò avveniva anni fa, quando frequentavo le scuole superiori ed ero più famigerato che stimato. Una volta, al mio ritorno da un viaggio per mare, mi capitò di vincere un premio di venticinque dollari messo in palio da un giornale di San Francisco per un racconto sulle università di Stanford e della California. Ciò accese in me la speranza di ottenere qualcosa.
Dopo i miei vagabondaggi, nel 1895 iniziai la scuola superiore e nel 1896 l’Università della California. Se avessi continuato, ora starei prendendo la pergamena.
Sui miei studi: devo dire che io studio sempre. Lo scopo dell’università è semplicemente quello di preparare una persona a una futura vita da studioso. Questo vantaggio mi è stato negato ma io, in qualche modo, cerco di stare al passo. Non trascorro mai una notte (che sia uscito o meno) senza libri e prima di addormentarmi leggo parecchie ore. Mi interesso a tutto – il mondo è così pieno di cose. Gli studi principali sono quelli scientifici, sociologici ed etici: questi includono la biologia, l’economia, la psicologia, la fisiologia, la storia ecc., e non finiscono mai. E mi sforzo, anche, di non trascurare la letteratura.
Sono sano, faccio l’amore e mi contento di poco. Ma un giorno questo lo pagherò.
Per ora, non mi viene in mente altro. So perfettamente che le informazioni che vi ho dato sono miserabili, ma l’autobiografia non è mai una cosa piacevole per lo scrittore insoddisfatto. Se desiderate altre informazioni, vi prego di comunicarmelo e sarò ben lieto di fornirvele. Vi sarei grato se mi deste la possibilità di leggere le note biografiche prima della stampa.
Distinti saluti.
Jack London


[1] Il riferimento è a John Townsend Trowbridge (1827-1916), romanziere e poeta, noto soprattutto per le sue storie per i giovani. Tra i suoi libri il più celebre è The Jolly Rover (1882).
[2] Paul Belloni du Chaillu (1835-1903), esploratore e scrittore, fu forse il primo uomo bianco che vide scimmie antropomorfe in libertà. Jack London si riferisce probabilmente al celebre libro Explorations and Adventures in Equatorial Africa, pubblicato nel 1861.
[3] Si tratta di From Log-Cabin to White House: The Story of President Garfield’s Life (1881) di W.M. Thayer.
[4] Ouida, pseudonimo di Louise de la Ramée (1839-1908), era una scrittrice inglese autrice di popolarissimi romanzi come Under two Flags (1867), A Dog of Flanders (1872) e, naturalmente, Signa (1875), il preferito di London.

lunedì 2 maggio 2016

ARGENTINA 1976-1983. IMMAGINARI E MEMORIE COLLETTIVE.

I rapporti tra Italia e Argentina sono di lunga durata e hanno raggiunto momenti di alta intensità a partire dalla seconda metà del XIX secolo con l’emigrazione di massa, le cui culture regionali hanno influenzato, non senza conflitti, usi, costumi, tradizioni, lingua, nonché l’evoluzione sociale, economica e politica della realtà argentina. Di questi rapporti in Italia hanno dato soprattutto conto la saggistica e gli studi sulle migrazioni che ne hanno analizzato anche le influenze in ambito letterario.
Ma negli ultimi venti anni, la cultura italiana ha manifestato un nuovo interesse per la realtà argentina riportando in primo piano un dialogo ricco di avvenimenti, figure, simboli, finzioni e idee tra i due paesi. Le cause sono molteplici e tutte extraletterarie: la discussione politica sul voto degli italiani all’estero; la crisi economica argentina esplosa alla fine del 2001, che ha determinato un’emigrazione di ritorno dei discendenti di italiani; la scomparsa, durante l’ultima dittatura argentina (1976-1983), di uomini e donne di origine italiana e la celebrazione nella nostra penisola, ancor prima dell’abolizione delle leggi argentine sull’indulto (2003), di processi giudiziari contro i militari. Ultima e più recente causa, che non va ignorata, la salita al soglio pontificio di un Papa argentino e discendente di italiani.
Questo rinnovato dialogo, senza tralasciare il tema migratorio che evidentemente fa da ponte tra i due paesi, ha acquisito un nuovo stimolo per la cultura italiana che si trova ora impegnata a rappresentare il periodo argentino del terrorismo di stato e quello iniziato con il ritorno alla democrazia. A quaranta anni dal colpo di stato, avvenuto il 24 marzo 1976, questo volume intende dare conto del contemporaneo immaginario italiano sull’Argentina relativamente agli anni della dittatura e della post-dittatura, verificandone, le ragioni, gli usi ed eventuali ri-creazioni o riletture di immagini e stereotipi.
Se a farla da padrone è la narrativa italiana più recente, con saggi dedicati al fenomeno letterario in ottica testimoniale (Emilia Perassi); ad autori specifici (Laura Scarabelli su Laura Pariani); a una musica e danza di successo inserita nel plot dei romanzi (Camilla Cattarulla sul tango), pure non mancano contributi che affrontano altre modalità artistiche in relazione alla dittatura, come la fiction televisiva (Ilaria Magnani su Il ricordo e la memoria e Tango per la libertà); la docufiction (Rosa Maria Grillo sul lungometraggio Nora, storia del ritorno in Argentina dalla Calabria, dove si era esiliata, di Nora Strejilevich, ex-prigioniera politica); e l’arte figurativa (Antonella Cancellier su Marcello Gentili, avvocato penalista impegnato nei processi italiani sui desaparecidos). La produzione artistica italiana si inserisce nel dibattito sulla memoria della nazione, la storia recente e la difesa dei diritti umani che ha caratterizzato la realtà argentina post-dittatura, coinvolgendo accademici, scrittori, politici, storici, sopravvissuti ai centri di detenzione, famigliari di desaparecidos, organizzazioni per i diritti umani ed esiliati. E si inserisce anche nella discussione sulla figura del testimone, già collocato dagli studi sulla biopolitica di Giorgio Agamben e Roberto Esposito in una posizione di “soglia”, e che l’immaginario può restituire attraverso quei simulacri del reale che le sono propri. In questo senso, all’interno del volume, il saggio d’apertura di Emilia Perassi fa da filo conduttore metodologico per tutti gli altri – pur con gli approcci diversi che li contraddistinguono –, proponendo l’istituzione di una nuova pratica testimoniale che definisce “testimonianza ricreata”, ovvero un “tassello ulteriore di una memoria collettiva definitivamente transnazionale e deterritorializzata, istallata nella topografia immateriale del ricordo” Nel “ricreare” una testimonianza relativa alla dittatura e alla post-dittatura argentina, la produzione artistica italiana qui presentata mantiene il legame con il paese sudamericano attraverso le vicende raccontate, i loro personaggi o situazioni autobiografiche proprie degli autori. Allo stesso tempo, presenta una mitologia che poco si discosta dall’immaginario consolidato e sulla dittatura e sugli aspetti culturali argentini. Appartengono al primo caso: la pratica del sequestro degli oppositori al regime con tutto ciò che ne consegue (detenzione, tortura, desaparición), i figli “appropriati”, la ricerca di scomparsi e nipoti da parte dei famigliari, l’esilio e il ritorno. Nel secondo caso, rientrano invece il tango, la Patagonia, la pampa, l’asado, il mate, i ghiacciai: una serie di “icone turistico-culturali” allo scopo, forse, di contribuire alla conoscenza dell’Argentina in Italia. Non va dimenticato, poi, che dietro questa produzione artistica che, come si potrà notare leggendo il volume, negli ultimi anni sta diventando un “piccolo fenomeno culturale”, ci sono letture sull’Argentina e sul periodo del terrorismo di stato che appartengono più all’ambito saggistico, prodotte da storici, sociologi o giornalisti. Fra le tante, pubblicate nell’arco degli ultimi quindici anni, voglio ricordare un testo più volte citato all’interno di questo volume: Affari nostri. Diritti umani e rapporti Italia-Argentina 1976-1983 (2012), curato da Claudio Tognonato, che ci offre un quadro delle relazioni culturali, politiche, economiche e commerciali fra Italia e Argentina, svelandone fatti, silenzi e complicità. E poi ci sono, come già accennato, le vicende autobiografiche degli autori presi in esame, come ad esempio quelle di Massimo Carlotto, che scopre di essere cugino di Laura Carlotto, figlia desaparecida de María Estela de Carlotto, Presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo; o quelle di Marcello Gentili, avvocato penalista che ha dedicato molta della sua attività giuridica a patrocinare i famigliari degli scomparsi nei processi italiani contro i militari. E autobiografico è anche, in chiusura di questo volume, il contributo di Adrián Bravi, scrittore argentino di origini italiane, che vive da oltre vent’anni a Recanati e pubblica prevalentemente in italiano. Nell’affrontare il tema della lingua come difesa, Bravi delinea un breve ritratto di Adelaida Gigli, madre di due figli desaparecidos, poi esiliatasi a Recanati, dove era nata. Il passaggio da una lingua all’altra ha caratterizzato la vita di Bravi e di Gigli e permette di modificare la propria relazione con il paese d’origine perché “può diventare una difesa nei confronti del passato, può dimenticarlo o manipolarlo, ma può anche essere uno stratagemma (più o meno consapevole) per mantenere un legame stretto con la propria infanzia” e, forse, dar vita a nuovi immaginari che coinvolgono il paese d’origine e quello d’adozione. 
                                                                    (introduzione al volume di Camilla Cattarulla)

lunedì 11 aprile 2016

DYONELIO MACHADO : UN AUTORE DA SCOPRIRE


Il 31 marzo del 1979, “O Estado de São Paulo” pubblicava un’intervista all’ottantaquattrenne autore de I topi con un curioso titolo: Machado de Assis, Graciliano Ramos, Guimarães Rosa, Clarice… e questo signore: Dyonelio Machado. Pochi anni prima della sua scomparsa, il nome di Dyonelio Machado veniva, quindi, finalmente accostato dal principale quotidiano brasiliano a quello di quattro scrittori ormai consacrati della letteratura nazionale. Si trattava di un riconoscimento indubbiamente tardivo perché, volendo prendere in considerazione i soli testi letterari, l’esordio di «questo signore», evidentemente ancora poco noto ai più, risaliva al lontano 1927, anno in cui aveva pubblicato Um pobre homem, la sua unica raccolta di racconti, dalla quale proprio Graciliano Ramos selezionerà Ele era como um papagaio per la sua antologia dei migliori racconti brasiliani. In seguito, Dyonelio Machado, prima di chiudersi in un ventennale silenzio editoriale (1946-1966), con I topi, nel 1935, aveva poi vinto il prestigioso premio “Machado de Assis” e il suo secondo romanzo, O Louco do Cati (1942), era stato molto apprezzato da scrittori come Mário de Andrade, Erico Verissimo e João Guimarães Rosa – con quest’ultimo che non aveva esitato a considerarlo uno dei migliori libri mai letti, dichiarando che, se solo «l’opera di Dyonelio fosse stata scritta in francese o in inglese o comunque da un romanziere straniero, certamente avrebbe vinto il premio Nobel». E allora, come mai questo scrittore, più volte premiato e apprezzato dai maggiori intellettuali brasiliani, alla fine degli anni Settanta, era solo un signore chiamato Dyonelio Machado?
Le ragioni sono diverse ma senza dubbio si tratta di un autore che ha pagato a caro prezzo l’incomprensione della critica, i tentennamenti del mondo editoriale e la persecuzione del regime di Getúlio Vargas. Una miscela deleteria a cui si potrebbe aggiungere anche l’impossibilità di vivere solo della propria scrittura – condizione che, per sua stessa ammissione, aveva portato questo pioniere della psicanalisi in Brasile a esercitare con continuità l’attività di psichiatra a scapito di quella di romanziere, anche a causa del «carattere terribilmente accentratore» della professione medica. Solo negli anni Settanta, quindi, comincerà la riscoperta di quello che oggi ci appare come un classico a lungo ingiustamente maltrattato, le cui opere, salvo pochissime eccezioni, non potevano raggiungere i lettori, vuoi perché condannate dall’autore a rimanere inedite, vuoi perché pubblicate senza la necessaria continuità.
Forse, come scrive Camilo Mattar Raabe, anche l’esigente «linguaggio letterario di Dyonelio Machado è stato uno dei principali motivi della negativa accoglienza della sua opera» e, del resto, quello che il lettore italiano ha finalmente tra le mani è senza dubbio il romanzo di uno scrittore che non si è mai dichiarato disponibile ad abdicare dal proprio rigore stilistico:

Io sono un ribelle. Io non appartengo al pubblico. Non sono in grado di scrivere un libro pensando a come sarà accolto, a quali reazioni susciterà. Non sono in grado di vendermi all’editore o al pubblico. Un po’ come il cane magro della favola, che non accetta la vita facile del cane grasso, perché dovrebbe farsi mettere il guinzaglio. Io francamente non sono un venduto. Vivere dei miei diritti d’autore sarebbe impossibile, finirei per fallire anche in quel poco di buono che ho fatto.



                                 (dalla postfazione di Giorgio de Marchis al volume I topi, Nova Delphi 2016)