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mercoledì 9 agosto 2017

"Brigantaggio e rivolta di classe". L'incipit.

Dalla pubblicazione del saggio Storia del brigantaggio dopo l’Unità da parte di Franco Molfese (Feltrinelli, 1964) è trascorso più di mezzo secolo. Un periodo nel quale le fonti storiografiche si sono arricchite di nuovi e copiosi elementi a lungo rimasti sepolti negli scaffali polverosi di archivi pubblici e privati. Se il testo dello storico marxista squarciò un velo su quella che fu la prima guerra civile del neonato Stato italiano, le fonti vennero poi utilizzate per interpretazioni le più variegate, tra le quali i principali filoni interpretativi possono essere così individuati: una guerra contadina per il riscatto sociale, una rivolta armata di classe, una resistenza legittimista in difesa del trono esautorato, una recrudescenza delinquenziale di un banditismo, a tratti anche romantico, ben presente, soprattutto al Sud.

La diffusione del fenomeno del brigantaggio post-unitario, non perfettamente omogenea sul territorio annesso al Piemonte e che dal 1815 era conosciuto come Regno delle Due Sicilie, le diverse intensità belliche messe in campo in una prima fase, caratterizzatasi soprattutto nelle zone di confine con lo Stato Pontificio e di una seconda fase, quella comunemente definita “Grande Brigantaggio”, che interessò, invece, vaste porzioni della Basilicata, del Cilento, degli Abruzzi e della Terra di Lavoro e, in maniera più complementare, le Puglie e le Calabrie, ci inducono a tener conto delle diverse interpretazioni come tutte coerenti al fenomeno in questione. Il presente saggio, tuttavia, porrà la sua attenzione specifica su quelle che furono le motivazioni sociali del conflitto, se esse furono determinate solo da ribellismo fine a se stesso e catalizzato contro il “nuovo che stava avanzando”, o se, invece, nella rivolta contadina possano essere individuati elementi primordiali di lotta di classe.

venerdì 5 maggio 2017

"Identità culinarie in Sudamerica", una nuova uscita per la collana Viento del Sur

Certamente la storia dell’alimentazione non è più un ambito di ricerca pionieristico come lo era mezzo secolo fa con gli studi di Claude Lévi-Strauss, Roland Barthes, Mary Douglas e Pierre Bourdieu. Attualmente il tema del cibo coinvolge un ampio spettro di discipline (dalla medicina alla dietetica, all’antropologia, alla storia, alla religione, alla biologia, alla filosofia, alla letteratura, all’economia) e varie tipologie di fonti scritte e orali.
Per Roland Barthes il cibo è “nello stesso tempo un sistema di comunicazione, un corpo di immagini, un protocollo di usi, di situazioni e di comportamenti.” E Massimo Montanari aggiunge: “esattamente come il linguaggio, la cucina contiene ed esprime la cultura di chi la pratica, è depositaria delle tradizioni e dell’identità di un gruppo.” Essa, “non solo è strumento di identità culturale, ma il primo modo, forse, per entrare in contatto con culture diverse. […] Più ancora della parola, il cibo si presta a mediare fra culture diverse, aprendo i sistemi di cucina a ogni sorta di invenzioni, incroci e contaminazioni.” Insomma, cosa, come, con chi e quando si mangia ci dice molto sull’identità di un popolo o di un determinato gruppo sociale. In questo senso, gli studi semiotici e antropologici hanno messo in evidenza come attraverso il sistema di comunicazione del cibo si definiscano (o autodefiniscano) rapporti di potere, distinzioni tra classi sociali, questioni di genere, vincoli tra popoli lontani, identità nazionali, locali e meticce, pratiche religiose o schemi dottrinali e finanche tradizioni letterarie.
Di tutto ciò i contributi presentati in questo volume vogliono dare conto concentrando l’interesse sul Sudamerica ed esponendo un ventaglio di situazioni storico-politiche, antropologiche, linguistiche e letterarie su come il cibo, in quanto forma di linguaggio, sia veicolo (dalla Scoperta ai giorni nostri) di modelli e processi culturali nel tessuto sociale dell’America del Sud, da considerare qui come un macro-studio di caso.
                                                    (dall'introduzione di Camilla Cattarulla al volume)